Progetto di Risanamento conservativo della Chiesa S.Maria della Cima - Genzano di Roma (Rm) - 1999

 

A R C H I T E T T O    G I O R G I O    M A G I S T R I

S T U D I O   -   V I A L E    A .   C H I G I   3   -   0 0 0 4 0     A R I C C I A    ( R O M A )   -   T E L . / F A X    0 6 . 9 3 3 4 1 3 1


L'architettura non è altro che l'ordine, la disposizione, la bella apparenza, la proporzione delle parti tra loro, la convenienza e la distribuzione - Michelangelo Buonarroti


"L'antica" e la "moderna Chiesa parrocchiale di S. Maria della Cima e il disegno urbanistico a Genzano

L'antica Chiesa Parocchiale di Genzano, che a un di presso occupava lo stesso sito della presente, era a questa alquanto inferiore in grandezza (essendo lunga palmi 96 e larga 60), sebbene avesse due navi, una principale col soffitto a tetto, che direttamente dalla porta conduceva all'Altar maggiore, l'altra laterale a destra della prima con volta (...ab ingressu eiusdem porte), dedicata anticamente alla B. Vergine sotto il titolo di S. Maria della Cima. Porta la tradizione popolare che prendesse tale denominazione da un Imagine di Maria Santissima, venerata sulla cima di un albero, esistente in quel sito medesimo, ove fu poi fabricata la Chiesa, ma la vera sua etimologia sembra doversi ripetere dall'esser ella situata sulla cima del monte Genzano, onde generalmente nelle visite Pastorali dei Vescovi Albanesi viene descritta: Ecclesia Archipresbyteralis S. Maria de Monte, vulgo detta della Cima . Questa è certamente la più nota delle descrizioni riguardanti il vecchio Duomo di Genzano, tramandataci dall'Abate Nicola Ratti nella sua Storia di Genzano (Roma 1797, p. 49), compilata nel 1797 per i Duchi Sforza Cesarini.

E' certo che la chiesa originaria fu riedificata dai monaci Cistercensi delle Tre Fontane, i quali ereditarono nel 1145 il possesso della Massa quae dicitur Nemus - diocesi di Albano, Genzano e Nemi compresi -, dai monaci Benedettini di S. Paolo. Tuttavia non è da escludersi che anche questi ultimi hanno avuto un certo ruolo, erigendola sui resti di un tempio. Durante i lavori di restauro condotti dalla Soprintendenza nel 1981, è stato possibile accertare che la primitiva chiesa fu eretta su resti di un preesistente edificio d'epoca romana e, alla base dell'originaria facciata che guardava a nord-ovest (oggi non più leggibile), non lontano da uno dei due portali ormai murati (di uno permangono le tracce), è rinvenuto il frammento di un grosso cornicione in marmo e la base di una colonna di epoca romana. Anche la Chiesa e il campanile romanico presentavano parti di muratura di riutilizzo (marmi romani) e con il saggio di scavo operato, si sono ritrovati numerosi frammenti di vasellame d'epoca antica.

La chiesa medioevale, era disposta al centro del consueto schema monastico della domus-culta (masseria fortificata), con la facciata rivolta in direzione del Corso Vecchio nel "Castrum" a ridosso del monastero, con le abitazioni disposte su terrazzamenti a vista del sottostante Lago di Nemi. Il borgo era dotato di un doppio recinto di massicce mura merlate di difesa (sec. XIII) intramezzate da torri rotonde; una di queste (detta saracinesca) sebbene trasformata in abitazione è visibile - salita la cordonata a sinistra - sulla sommità di Via I. Belardi (strada dove si svolge in occasione della solennità del Corpus Domini la tradizionale Festa dell'Infiorata).

Orbene, conoscendo le misure della chiesa cistercense e sapendo che il palmo romano equivale a 22,34 cm., facendo i dovuti rapporti avremo che la stessa doveva misurare 13,40 m. di larghezza e 21,44 m. di lunghezza (misure all'interno), mentre la facciata esterna - aggiungendo lo spessore dei muri, 60 cm. ca. per parte) doveva essere larga 14,60 m. e l'intera fabbrica doveva sviluppare una lunghezza di 22,64 m. Ad oggi, tale larghezza equivale a circa la totalità dello spazio retrostante l'attuale chiesa, incluso il presbiterio interno.  Testimonianze di preziose porzioni di mura perimetrali a blocchetti rettangolari in peperino, referenti della chiesa e del campanile romanico, rimanevano ancora a faccia vista prima dell'intervento di reintonacatura parietale operato nel 1981. Inoltre, sopra il cornicione dello stesso, sono presenti quattro bifore, una per lato con colonnine centrali marmoree sorreggenti capitelli a stampella, liberate e pulite dalla Soprintendenza per i Beni Ambientali e Archeologici del Lazio e quattro finestre monofore all'altezza della torre campanaria. Dalle ricerche d'archivio che ho effettuato, in occasione delle tesi di Specializzazione in "Restauro dei Monumenti" per l'Università degli studi di Roma La Sapienza, è risultato che nel 1399 al 15 di novembre la Ecclesia S. Mariae dicti Castri Genzani è già nominata in un Breve di Bonifacio IX, a proposito di una richiesta di soccorso avanzata dai Massari di Genzano alla S. Sede, contro l'allora invasore "Butio Savello" Signore di Ariccia.

Nel 1402 Genzano fu colpita da un grande incendio che interessò gran parte del centro abitato e la chiesa della Cima, i danni che ne conseguirono vennero riparati con l'abnegazione del popolo e dei monaci Cistercensi. Nella Nota di Chiese, altari, benefitij, et rettori di esse esistenti nella città d'Albano et sua dioc. stilata nell'anno 1569, compare una prima descrizione sulla quantità e dedicazione degli altari presenti nel vecchio Duomo, apprendiamo così che questi erano in numero di dodici, compreso l'altare maggiore ridotti poi a sette nel 1597.

Nel 1633 la chiesa minacciava rovina e aveva bisogno di pronte riparazioni: Si propone ale nr. come la Chiesa di questo loco minaccia rovina, ed a riformarla vi è molta difficoltà, onde si crede che bisognarà disfarla fino alli fondamenti... e l'8 novembre 1635 un consegliero propose: Che si facci vedere la Chiesa da uno artefice valenti huomo et si facci metteri in carta il modo che bisognia teneri per la restaurationi et il denaro che ci bisogna (A.C.G. Cons. com. 1633-1635, vol. 1, pp. 9,11,17). Infatti, La seconda nave (navata n.d.r.) minacciando rovuina, per ordine del Vescovo di Albano il Cardinal Gasparo Borgia l'anno 1636 fu intieramente sospesa con i quattro Altari, che in essa vi erano. Allo stato quasi cadente della Chiesa, aggiungendosi la di lei angustia relativamente alla popolazione già di molto cresciuta in Genzano, si pensò a rifabbricarla con più decenza, ed in maggior ampiezza (N. RATTI cit. p. 49). A tal proposito dagli Officiali della Chiesa si erano già depositati 225 scudi, ed altri 100 si erano erogati nella compra di calce, e cementi (A.S.V. Vis. Vesc. A.D. 1636).

L'artefice valenti huomo, sappiamo dalla Nota de' denari che ha avuto Mastro Gio. Battista Sabbaino a conto della fabrica della Chiesa di Genzano e da altri documenti manoscritti autografi che fu Giovanni Antonio De Rossi, ventenne architetto romano, coadiuvato almeno in un primo tempo dal suo maestro Francesco Peparelli, di tradizione manierista. I pagamenti iniziarono dal 6 settembre 1636 con cento scudi, fino all'ultimo pagamento di 30 scudi del marzo 1650, per una spesa totale di 1587 scudi, mentre i lavori richiesero un periodo di circa 15 anni, no senza intrerruzioni, dovute al lento reperimento dei fondi necessari al completamento della fabrica.
Il De Rossi escogitò così un cambio d'orientamento alla facciata, girandola verso valle (così come la vediamo oggi), successiva a tale operazione fu la ristrutturazione del Palazzo Cesarini (1637) e la costruzione della Chiesa con Convento dei frati Cappuccini (inaugurata nel 1643), operazioni che innescarono la pianificazione della Genzano barocca attraverso il disegno urbanistico degli stradoni olmati (1643).
Sempre in questo anno Giuliano II Cesarini, Duca del Gentianum Caesarinorum Oppidum, come ci dice ancora il Ratti Ornò l'interno della Chiesa Parocchiale, e ne abbellì l'esterna veduta ampliandone la piazza anteriore.
Si provvide in particolare con un'astuta trovata alla: demolizione del tratto di mura duecentesche a fronte della "nuova" facciata della rinnovata chiesa e con queste anche di alcune abitazioni prospicienti. La risoluzione inoltre del problema riguardante la notevole differenza di quota tra monte e valle (accentuata per altro anche da un preesistente fossato difensivo, a ridosso delle mura, lungo l'attuale Via B. Annarumi) venne affidata ad uno sbancamento di terreno, operato a monte e testimoniato anche dagli stipiti dei portali d'accesso alle abitazioni su Via Scaloni, questi appaiono infatti allungati oltre la quota stabilita dalle normali proporzioni.
Questa operazione contribuì a proiettare lo sviluppo del paese con il successivo inurbamento verso la parte bassa, avvenuto tra il sei e il settecento con la doppia tridentazione prospettica verde (delle Olmate) e quella urbanizzata (delle Strade Livia e Sforza, insieme allo stradone olmato scendente dal Convento dei frati Cappuccini).
E' dall'asse dipartentesi dalla Chiesa di s. Maria della Cima che venne dunque traguardata la Strada Livia (voluta tra il 1671 e il 1697 da Livia Cesarini, figlia di Giuliano II), fino ad incontrare l'asse della Chiesa di S. Sebastiano, realizzata per volere dello zio di Livia, Filippo Cesarini e demolita incautamente nel 1916, per convertire il luogo sul quale insisteva in Piazza del Plebiscito (oggi Piazza T. Frasconi).
Riferimenti a queste scelte progettuali, anche se su scala dilatata le ritroviamo a Roma con le trasformazioni sistine, come in Via Merulana, congiungente le Basiliche di S. Maria Maggiore e S. Giovanni in Laterano, dove pure assistiamo alla poetica del dialogo tra le facciate delle due Chiese, così come doveva essere a Genzano.
E' necessario a questo punto evidenziare attraverso alcune considerazioni, le idee avute dal De Rossi per la "nuova" S. Maria della Cima.
Abbiamo osservato come la Chiesa demolita fosse orientata in maniera differente rispetto all'attuale, tale posizione era certamente vincolante, rimanendo di fatto "bloccata" dalle case a ridosso di questa, l'unico relativo "sfogo" era costituito da un'angusta e strozzata piazzetta al culmine del Corso Vecchio (spina del vecchio borgo). Per giunta, sul retro le cose non andavano meglio, essendo la stessa costretta sia dall'alto precipizio sotto la cinta muraria che dalla scelta di conservare il campanile originario, che non avrebbe permesso alla pianta di svincolarsi con eventuali allargamenti. Va considerato in ultimo che anche il lento reperimento dei fondi necessari alla continuazione dei lavori abbia condizionato le scelte progettuali.
L'architetto De Rossi, decise così, di concerto con il Peparelli di adottare l'allungamento della pianta in senso longitudinale, risolvendo in tal modo l'interno con un unico ambiente coperto da volta a botte, nella quale attraverso delle lunette trovavano spazio i grandi finestroni. Questa trovata, permise alle tre cappelle interne per lato di guadagnare maggiore spazio per il culto ed esaltò il bisogno espressivo di dare prestigio alla zona presbiteriale, caratteristica quest'ultima tipica del De Rossi ripresa anche nei lavori successivi di S. Maria in Publicolis (1640-'43) e S. Maria Porta Paradisi (1643 - '45) a Roma. Lo Spagnesi, studioso di questo architetto poco conosciuto, osservò che la Chiesa di Genzano pur essendo un organismo elementare e corretto, contiene la ricerca di una tendenza nuova, tendente a rinnovamento dello schema vignolesco adottato per la Chiesa del Gesù, come era sentito dagli architetti manieristi dell'ultimo '500 romano. Tuttavia nell'interno della fabbrica, l'esuberanza del giovane Giovanni Antonio è denunciata dall'improvvisa e poco mediata interruzione della volta a botte con un arcone molto rilevato sorretto da paraste, con l'evidente intento di conferire al presbiterio e all'altare maggiore un risalto prettamente scenico e quindi sciolto dall'impianto strutturale, soluzione poi perfezionata nei successivi lavori romani. In considerazione di ciò, concordo con lo Spagnesi nel ritenere possibile che il disegno della prima parte della Chiesa spetti all'ormai vecchio maestro Francesco Peparelli (accademico di S. Luca e autore tra l'altro della Chiesa di S. Salvatore in Campo (1639 c.a.) e del Palazzo del Bufalo in Piazza Colonna (1627-1642), mentre il disegno delle cappelle, della zona presbiteriale, dei dettagli architettonici (ad es. l'uso del puttino con le ali spiegate che ornai capitelli o la scelta del timpano curvo spezzato con riquadro incorniciato da paraste composite per l'altare maggiore), e della facciata (con il disegno del portale a timpano arcuato o nel finestrone con la sagomatura delle cornici e lo stucco in chiave con testina d'angelo e festoni) sono opera del giovane allievo De Rossi.  
Sull'esterno invece, si perseguì l'intento urbanistico di costituire - con la semplice facciata tripartita d'ispirazione maderniana a doppio ordine dorico barocco sovrapposto - un fondale rialzato di rilievo, posto "in cima" alla strada in acclivio, con le quinte prospettiche dei palazzetti seicenteschi degradanti su questa.
Il collegamento della quota pavimentale interna alla Chiesa con quella dell'antistante Piazza G. Marconi fu risolto con una gradonata-podio, ad esaltare ulteriormente la verticalità scenografica del polo ecclesiale. La facciata di S. Maria della Cima così, pur dialogando con l'intorno se ne distacca isolandosi dalla continuità, formando un fondo autonomo e sporgente, rispetto alla strada in salita.
Possiamo così definire il De Rossi, già da questa sua prima opera, un novatore nella tradizione romana di origine rinascimentale, mediatore tra le novità delle nuove idee architettoniche (berniniane e borrominiane) e la realtà urbanistica, sociale e religiosa nella quale si doveva inserire. Qui, egli agì addirittura da uomo del medio evo, attento ad inserire al meglio la ricostruita Chiesa tra le case addossantesi lungo uno dei fianchi, oltrechè posteriormente. 
L'importanza della storia del vecchio Duomo di Genzano è così tutt'uno con l'evoluzione urbanistica della cittadina castellana, in un periodo come quello della controriforma, così importante per l'arte e l'architettura, durante il quale la politica del papato cercò di sfruttare ogni intelligenza per il trionfo della lotta religiosa in corso.
L'urbanistica a Roma, come nei Castelli Romani fu dunque interessata dal fenomeno della graduale ristrutturazione e trasformazione della città antica, piuttosto che verso la ricerca di nuovi insediamenti. Fu necessaria a tal proposito - come per i nostri tempi - la continuità nella tradizione, in modo che le città potessero rinnovarsi espandendosi per mezzo di un linguaggio originale ma conforme ai tempi, nonchè frutto dell'evoluzione culturale.

Lo stato di fatto e le indagini preliminari

Le indagini preliminari attraverso l'analisi dell'umidità contenuta nelle murature perimetrali interessanti l'edificio ecclesiale di Genzano, sono state condotte per determinare con precisione l'entità e la localizzazione del fenomeno causante il parziale degrado dell'intonaco esterno ed interno e gli effetti di questo sulle condizioni climatiche degli ambienti interni. Queste sono state permesse per l'interessamento e la guida del prof. Ing. Ippolito Massari (esperto di umidità delle murature) docente al corso del prof. Giorgio Torraca, presso la scuopla di Specializzazione in "Restauro dei Monumenti" nella materia di "Tecnologia e patologia dei materiali".
In particolare, durante i ripetuti sopralluoghi alla chiesa di S. Maria della Cima, è stato eseguito il rilevamento - con strumentazione portatile - dell'umidità nella struttura della chiesa. E' stato eseguito inoltre il test sui nitrati presenti (TEST NITRAT (e) MERCK n°3) che ha evidenziato la presenza di questi sali. sicura causa del degrado. Ciò è possibile individuarlo anche senza l'ausilio di strumenti, osservando la parte basamentale della facciata mutante di colore a seguito delle mutazioni climatiche: nel caso di una precipitazione meteorica, ad esempio permane una macchia omogenea più scura seguente l'andamento della scalinata a questa addossata.

I sali igroscopici trasportati dal sottosuolo dalla capillarità e presenti sull'intonaco, continuano infatti ad assorbire, per igroscopicità, l'umidità presente nell'aria. Questi sali igroscopici rimangono purtroppo nella muratura anche in caso di regresso dei fenomeni capillari.
In seguito alla evaporazione dell'umidità assorbita per igroscopicità, la macchia scura scompare, ma purtroppo, a causa della cristallizzazione dei sali si ha un inevitabile parziale distacco dell'intonaco parietale. La presenza dei nitrati nella muratura della chiesa è con ogni probabilità da ricercarsi nelle sepolture eseguite negli ambienti sotterranei (solo in parte oggi rimosse): grottini in maggioranza non praticabili e non ventilati.
L'assenza di una opportuna intercapedine a ridosso dell'edificio, con il compito di separare la facciata della Chiesa dalla scalinata e la mancata aerazione e non praticabilità di alcuni locali sotterranei sono dunque i principali responsabili dell'attuale situazione.

Il Progetto di Conservazione

La proposta d'intervento si è indirizzata all'eliminazione o quanto meno ad una sensibile riduzione dei problemi posti dal degrado, senza tuttavia alterare l'assetto generale della Chiesa, la sua consistenza fisica e la sua immagine. Il progetto si è qualificato quindi più come una "conservazione" che non un "restauro", prevedendo interventi di:

1 - Revisione delle grondaie e dei pluviali con l'eventuale sostituzione o riparazione delle parti danneggiate;

2 - Realizzazione di un sistema di smaltimento delle acque meteoriche raccolte dal tetto;

3 - Areazione, tramite collegamento degli ambienti interrati tra loro e l'esterno attraverso fori operati a breccia nella muratura di facciata e verso il vicolo a sinistra della chiesa al fine di asciugare e rendere gli stessi eventualmente agibili;

4 - Separazione dello zoccolo in cemento a ridosso della facciata, tramite la realizzazione di una intercapedine areata attraverso griglie verticali dalle ridotte dimensioni da collocare nelle alzate dei gradini;

5 - Nell'intercapedine suddetta, potranno sfociare anche i passaggi per la ventilazione dei locali sotterranei e sottostanti la chiesa (vedi punto 3). Tale ventilazione è fondamentale incrementando l'evaporazione delle strutture sotterranee, per abbattere la risalita capillare;

6 - Risarcimento a calce e pozzolana ripetuto nel tempo delle parti di intonaco deteriorate con l'intenzione di assorbire in tal modo, a più riprese, i sali trasportati in passato dalla capillarità e rimasti nella muratura.

Giorgio Magistri

 

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Ultimo aggiornamento (Giovedì 04 Agosto 2011 16:47)